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giovedì 28 marzo 2019
Campo di Internamento "Le Fraschette" - Alatri
Su questa
situazione critica intervenne anche monsignor Edoardo Facchini, vescovo di
Alatri, che si prese a cuore la sorte dei prigionieri, in particolare delle
molte donne e bambini che erano ospitati alle Fraschette.
Ma vediamo
più da vicino il campo delle “Fraschette”: una chiara descrizione è data, ad
esempio, da una slovena che fu internata: Milena Giziak da Vertoiba, frazione
del comune di Gorizia. Arrestata con tutta la famiglia nel settembre 1942
perché un fratello era andato partigiano, rinchiusa in carcere (aveva solo 13
anni!) fino al marzo 1943 con cibo scarsissimo, fu infine spedita con altre 150
donne alle “Fraschette”. Ecco cosa leggiamo nella testimonianza rilasciata
dalla stessa e pubblicata nel volume dell’ANED intitolato: “Gli internati dal
1940/1943”.“Il campo di
Fraschette era collocato in una conca disabitata, circondata da monti. Eravamo
quasi solo donne. Il vitto era impossibile: un mestolo di brodaglia e un etto
di pane al giorno. Sporcizia rivoltante nei luoghi dove il cibo veniva
preparato. Spaventose soprattutto le condizioni delle croate e delle greche,
tanto da essere costrette ad aggirarsi attorno ai bidoni della spazzatura onde
recuperare bucce di patate e qualche altro scarto”. Una certa
solidarietà, afferma la Giziak, veniva loro dai giovani soldati di guardia, i
quali “tolleravano le uscite clandestine delle internate per saccheggiare nelle
campagne circostanti la frutta e quant’altro potesse attenuare gli stimoli
della fame”.
Agli inizi di febbraio 1944, il governo di Salò inviava alla segreteria di Stato vaticana una nota riservata, riguardante il vescovo di Alatri, mons. Facchini.
Luisa Deskovic, dalmata, nel 1941 studiava a Belgrado ed era comunista. Scoppiata la guerra, rientrò a Sebenico e fu arrestata per le sue idee politiche. Confinata a Ventotene, senza alcun processo, nell’agosto 1943, a fascismo caduto, fu trasferita alle “Fraschette” dai “badogliani”. (…)“Gli slavi all’epoca erano circa 4.000. Due volte al giorno ti davano il rancio con la gavetta, una brodaglia con qualche pezzo di zucca. Non ho mai mangiato, né prima né dopo, una roba tanto disgustosa”, dichiarò. Dopo l’8 settembre, tra la confusione generale, decise di allontanarsi. Prese il treno per Roma e da lì risalì al Nord Italia.
SERVIZI AMMINISTRATIVI.(…) Vi sono a capo: il Rag. Capo Cav. Uff. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) con le funzioni di consegnatario dei materiali mobili ed immobili, nonché del magazzino vestiario ed il Rag. Cav. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) addetto ai servizi viveri e trasporti, all’economato, alla segreteria ed ai servizi di cassa per conto degli internati. Sono coadiuvati: da un magazziniere per i viveri, carbone e legna; una dattilografa-archivista; quattro uomini di fatica per il carico e lo scarico degli automezzi e per i trasporti entro il campo; un operaio specializzato per la manutenzione degli impianti idrici, sfornito però degli attrezzi necessari, un elettricista, anch’esso sfornito di attrezzi e materiale; 30 internati addetti al servizio di nettezza urbana e di pulizia dei cessi.
L’ufficiale non si è mai visto al Campo all’ora dei
pasti; lo stesso per i sottufficiali. Tutti però, all’ora della libera uscita
passeggiano gaiamente dentro il campo assassinando, con occhiate e con motti,
le belle del loro cuore. La
disciplina non si conosce.
(…) SERVIZI IGIENICI E SANITARI. Sono ambedue disimpegnati dal Dr. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.), profugo della Tunisia. Egli è molto attivo, sebbene professionalmente non si elevi a grandi altezze.(…) Il Dr. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) oltre a provvedere a tutti i servizi igienici, deve curare circa cinquemila internati che hanno subito privazioni, che sono nutriti appena sufficientemente per evitare un collasso generale, molti dei quali, specie donne e bambini, sono tubercolotici predisposti, incipienti ed alcuni anche con forme aperte, moltissimi dei quali sono anemici, pleuritici, affetti da malattie croniche, ecc.
(…) Lo strumentario chirurgico è insufficiente e va completato. Attualmente sono adibite ad infermeria quattro baracche ed una in via di recinzione da adibirsi a locale d’isolamento.(…) È necessario che l’infermeria sia dotata di un’autoclave per le disinfezioni d’uso. Attualmente lo strumentario chirurgico viene disinfettato in pentolini su un fornello elettrico. Il Campo manca di autoambulanza. Gli ammalati e le gestanti dovrebbero fare la lunga strada al più vicino ospedale di Alatri in traballanti carrozzelle a cavallo.
(…) SERVIZI DI MANUTENZIONE ED ARTIGIANATO. All’infuori del più volte ricordato operaio idraulico, e dell’elettricista, ambedue mancanti di attrezzi e di materiale di ricambio, manca un servizio idoneo alla manutenzione della città degli internati e degli impianti ivi esistenti.
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Subito dopo
la fine della guerra il campo di internamento delle Fraschette fu interamente
ricostruito e venne abitato da nuovi “ospiti”. Era in queste strutture che il
governo italiano aveva disposto l’identificazione e l’internamento dei profughi
“indesiderabili”: criminali comuni e di guerra, collaborazionisti e molti altri
ancora. Ad essi si unirono anche esuli istriani, stranieri senza documenti e
rifugiati d’oltrecortina ai quali non era stato riconosciuto lo status di
rifugiato politico. Dagli anni
’60 inizia l’ultima parte della storia del Campo Le Fraschette. Una storia
legata alla fine del colonialismo, quando nazioni come l’Egitto, la Tunisia e
la Libia decretarono le nazionalizzazioni con le conseguenti espulsioni degli
immigrati europei.
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